Inflazione, diritto alla salute e caldo: il governo deve agire

 

di EMMA ONGARI

Una società si misura da come protegge chi è più esposto alle difficoltà. Questa protezione non può dipendere dalla fortuna di avere una famiglia vicina o dal denaro che si ha in tasca. Il governo deve garantire i diritti fondamentali alle persone anziane e a chi lavora per un salario che non basta a vivere dignitosamente.
Inflazione, difficoltà di accesso alle cure e caldo estremo si sommano nella vita delle persone. Se una pensione o uno stipendio non bastano, anche una visita medica o una bolletta diventano un problema. Quando lo Stato lascia sole le persone davanti a queste difficoltà, deve rispondere delle proprie scelte.
Partiamo dall’inflazione. Dietro una percentuale ci sono situazioni concrete: fare la spesa e comprare meno con gli stessi soldi, aprire una bolletta e chiedersi cosa resterà per il resto del mese. A Mantova, rispetto a luglio 2025, è stata registrata un’inflazione del 3,4%, con una maggiore spesa stimata di 967 euro all’anno per famiglia.
È un aumento pesante per chi vive con una pensione modesta. Lo è anche per chi va al lavoro ogni giorno e riceve una paga non adeguata. Alimenti, utenze e trasporti sono spese necessarie. Quando i prezzi salgono più dei redditi, si rinvia una spesa, poi un’altra. A volte si arriva a rimandare perfino un controllo medico.
Questo non è un problema che pensionati e lavoratori possono risolvere da soli. Servono pensioni che conservino il loro potere d’acquisto, salari dignitosi, contratti rinnovati in tempo e un sistema fiscale che protegga i redditi più bassi. Chi lavora non dovrebbe restare povero. Chi ha lavorato una vita non dovrebbe diventarlo da pensionato. Il governo deve dare risposte stabili: le persone non pagano le bollette con gli annunci, gli slogan o le dirette istagram.
Il secondo tema è il diritto alla salute. Ottenere una visita o un esame nei tempi necessari è spesso difficile. Si telefona, si aspetta, si viene indirizzati lontano da casa oppure si riceve un appuntamento troppo avanti nel tempo. Per una persona anziana, spostarsi può essere un ostacolo. Per chi lavora, si aggiungono i permessi da chiedere e gli orari da conciliare.
Non parliamo soltanto di visite specialistiche. Parliamo di esami diagnostici, terapie, riabilitazione e assistenza domiciliare. Quando una prestazione arriva tardi, una persona resta più a lungo con il dolore, con la preoccupazione e con il rischio che la sua condizione peggiori.
Chi ha denaro può rivolgersi al privato. Chi non può permetterselo aspetta o rinuncia. È una sanità a due velocità: il bisogno di cura è lo stesso, ma la risposta cambia in base al reddito. Per un pensionato con un assegno modesto, pagare una visita può significare togliere soldi alla spesa. Per chi ha un salario basso, può voler dire non riuscire a pagare una bolletta.
E adesso, per alcune prestazioni, aumenta anche il ticket sanitario. A chi non ha diritto a un’esenzione si può chiedere di pagare di più proprio mentre la spesa quotidiana pesa sempre di più. Qualcuno dirà che si tratta soltanto di pochi euro. Ma chi vive con una pensione modesta o una paga insufficiente sa che quei pochi euro si sommano agli altri rincari. Non tutti i ticket sono aumentati e chi ha un’esenzione non è toccato da questo adeguamento; resta però un costo in più per le persone che devono pagarlo.
Rinunciare a una visita in queste condizioni non è una scelta libera. Il diritto alla salute deve essere concreto per tutti, non soltanto per chi può pagare. Servono tempi d’attesa adeguati, personale, informazioni chiare e servizi raggiungibili. Le liste d’attesa non sono una calamità naturale: sono un problema di cui la politica deve assumersi la responsabilità.
Presidente Giorgia Meloni, la domanda è diretta: chi aspetta mesi per un esame, quanto ancora deve aspettare? Il suo governo ha assunto, insieme agli altri Paesi della NATO, un impegno con una scadenza precisa: arrivare entro il 2035 al 5% del PIL per la difesa e le spese connesse alla sicurezza. Quali obiettivi altrettanto precisi si assume per ridurre le liste d’attesa? Quanti medici e infermieri saranno disponibili, e quando le persone vedranno migliorare davvero l’accesso alle cure?
Non basta dire che alla sanità sono state destinate più risorse se poi una persona continua a non trovare una prestazione nei tempi necessari. Le risorse devono tradursi in visite, esami e cure accessibili. È da questo risultato che chiediamo di giudicare l’azione del governo.
Il terzo tema è il caldo estremo. Le persone anziane con malattie croniche, difficoltà motorie o condizioni di isolamento sono particolarmente esposte. Nel luglio 2026, tra le persone con più di 85 anni, è stato rilevato un aumento della mortalità dell’8% rispetto al valore atteso. Per l’intera estate sono state formulate stime di 5.000–8.000 decessi in eccesso associati alle ondate di calore: è una previsione, non un bilancio definitivo. Anche distinguendo i dati rilevati dalle stime, il pericolo per le persone più fragili è evidente.
Dire semplicemente a un anziano di non uscire nelle «ore più calde» non basta. Quando il caldo dura per tutta la giornata e la casa non si raffresca nemmeno di notte, quali sono davvero le ore sicure? Bisogna chiedersi com’è quell’abitazione e se chi ci vive ha la possibilità di renderla meno calda. Un condizionatore consuma energia e chi teme la bolletta può esitare ad accenderlo. Ancora una volta, il reddito incide sulla possibilità di proteggere la propria salute.
Il caldo colpisce anche chi lavora all’aperto o in ambienti troppo caldi. Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra proteggere la propria salute e portare a casa una giornata di paga. Servono misure effettive di tutela nei luoghi di lavoro, non soltanto raccomandazioni.
C’è poi la solitudine. Durante l’estate le famiglie possono essere lontane e alcuni servizi rallentano. Chi vive solo potrebbe non avere nessuno che si accorga subito delle sue difficoltà. Non si può scaricare tutta la responsabilità sui parenti o attendere che sia la persona in pericolo a chiedere aiuto.
Il governo deve mettere i Comuni e i servizi territoriali nelle condizioni di agire: contatti regolari con le persone più fragili, luoghi freschi aperti e raggiungibili, assistenza per chi non riesce a raffrescare la propria abitazione. Centri anziani, biblioteche e spazi pubblici possono essere una risorsa, ma devono avere personale, fondi e orari adeguati. Un indirizzo scritto su un volantino non protegge chi non può raggiungerlo.
Occorre intervenire anche sulle abitazioni e sui quartieri: più verde, più ombra, case meno esposte al caldo e sostegni per chi non riesce a sostenere i costi dell’energia. Queste misure vanno programmate prima dell’estate. Aspettare l’ennesima ondata di calore significa arrivare tardi.
Inflazione, cure e caldo pongono la stessa domanda: quanto è protetta una persona quando arriva una difficoltà? Se la pensione o lo stipendio non bastano, una visita arriva troppo tardi e la casa diventa invivibile, quella persona affronta tutti questi problemi insieme. Può perdere la fiducia di trovare una via d’uscita e sprofondare nella disperazione. Non possiamo lasciarla sola.
La risposta che chiediamo al governo è chiara: difendere il potere d’acquisto delle pensioni e dei salari, garantire cure pubbliche in tempi adeguati e proteggere le persone dal caldo. Vogliamo risposte concrete, personale, scadenze e risultati verificabili.
Le persone anziane e quelle che lavorano non chiedono privilegi. Chiedono di non dover scegliere tra mangiare e curarsi, tra pagare una bolletta e acquistare i farmaci, tra proteggersi dal caldo e arrivare alla fine del mese. Sono diritti fondamentali. Ed è dai risultati ottenuti per garantirli che giudicheremo il governo.

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