Ordinanza caldo in Lombardia, CGIL reclama certezza del diritto: «Bene il blocco orario preventivo, ma la Regione respinge le nostre proposte per i settori più vulnerabili»

È stata pubblicata l’Ordinanza n. 484 di Regione Lombardia che introduce, con decorrenza dal 10 giugno e fino al 23 settembre 2026, il divieto di lavoro dalle 12:30 alle 16:00 nei cantieri edili all’aperto, nel settore agricolo/florovivaistico e nelle cave. Il blocco scatterà nei giorni in cui la mappa del rischio del portale Worklimate, riferita a lavoratori esposti al sole con attività fisica intensa alle ore 12:00, segnali un livello di rischio «ALTO».

Se quest’anno il provvedimento viene emanato a inizio giugno e non a fine mese come nel 2025 – quando il ritardo delle istituzioni lasciò le lavoratrici e i lavoratori esposti per settimane alle radiazioni solari più intense – lo si deve anche alla pressione che le organizzazioni sindacali confederali hanno esercitato fin dal febbraio 2026 in occasione delle Cabine di Regia Salute e Sicurezza.

Tuttavia, di fronte a una buona notizia, CGIL, FILT CGIL, FLAI CGIL e FILLEA CGIL della Lombardia esprimono profonda insoddisfazione e un giudizio critico sul testo finale, che ha visto respingere la quasi totalità delle proposte organiche presentate unitariamente al tavolo di confronto.

Le tutele per la salute e la sicurezza non possono essere facoltative né demandate alla totale discrezionalità dei singoli sistemi aziendali. Sulla vita delle persone servono strumenti efficaci e certezza del diritto. Purtroppo, la Giunta regionale non ha accettato l’impianto vincolante proposto dal sindacato, inserendo nel testo semplici «raccomandazioni» per ampi e strategici settori produttivi, popolati molto spesso da lavoratrici e lavoratori deboli e precari.

Il testo finale dell’ordinanza ha infatti depotenziato o escluso le principali proposte della piattaforma:

–          La proposta sulla logistica all’aperto: il sindacato confederale aveva chiesto l’estensione del blocco orario obbligatorio a tutte le attività svolte nei piazzali, nelle baie di carico/scarico, nei container e nei semirimorchi, dove l’irraggiamento solare raggiunge livelli insostenibili. La Regione ha deciso di escludere queste lavoratrici e questi lavoratori dal divieto, limitandosi a raccomandare il rispetto delle linee di indirizzo.

–          La proposta per i rider e le piattaforme digitali: la piattaforma sindacale chiedeva l’obbligo di inserire il rischio calore nei parametri di calcolo di tempi e distanze massime di percorrenza, intervenendo direttamente sugli algoritmi di gestione delle consegne. Questa proposta è stata completamente ignorata nel testo definitivo.

–          La proposta per gli ambienti chiusi non climatizzati: per i luoghi di lavoro al chiuso in cui le temperature interne sono influenzate dal meteo esterno, il sindacato proponeva di rendere vincolante, come azione minima, il rispetto del «Protocollo quadro» sulle emergenze climatiche. La Regione ha preferito raccomandare il rispetto delle «Linee di indirizzo per la protezione dei lavoratori dal calore e dalla radiazione solare».

–          La proposta sulla prevenzione partecipata: la piattaforma unitaria proponeva una clausola di salvaguardia che valorizzasse la contrattazione e il ruolo dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza, RLS e RLST, prevedendo che la sospensione dell’attività prevalesse ogniqualvolta le figure della sicurezza aziendale – RSPP, medico competente, preposti – consultati i rappresentanti sindacali, ravvisassero rischi rilevanti da stress termico. Ogni riferimento alla partecipazione delle lavoratrici, dei lavoratori e dei loro rappresentanti non è stato preso in considerazione.

–          La proposta sul paracadute economico e la «clausola salva-penali»: per difendere la filiera dei subappalti e delle piccole imprese, il sindacato ha proposto l’applicazione del Codice dei Contratti, art. 121, per escludere penali o risoluzioni contrattuali legate ai ritardi causati dallo stop per il caldo, garantendo la rinegoziazione dei termini. Anche questa misura è stata rifiutata.

–          La proposta sugli orari e i regolamenti comunali: per consentire alle aziende di riorganizzare il lavoro in fasce orarie più fresche, all’alba o in serata, senza subire sanzioni, la piattaforma chiedeva che l’ordinanza regionale superasse d’ufficio i vincoli dei regolamenti locali sui tempi di lavoro e sul rumore. La Regione non ha assunto questo vincolo, ma ha invitato i sindaci a valutare eventuali deroghe.

«Le imprese più grandi e strutturate spesso possono ricorrere alla cassa integrazione o rimodulare i turni. Rifiutando le nostre proposte obbligatorie su appalti, logistica e magazzini, la Regione decide di non tutelare chi opera nei subappalti, nelle piccole realtà e nelle filiere più fragili sul piano contrattuale. Si lascia così spazio a un ricatto inaccettabile che costringe migliaia di persone, come i rider, a scegliere tra la salute e il reddito di una giornata di lavoro.

Una Regione che si definisce eccellente come la Lombardia non può tollerare che la salute pubblica sia subordinata alle logiche di profitto. Il blocco orario per le lavoratrici e i lavoratori dell’edilizia, dell’agricoltura e delle cave è uno scudo protettivo che occorre far rispettare dagli organi di controllo e che faremo rispettare rigorosamente, anche considerando le sanzioni penali previste per i trasgressori, ai sensi dell’art. 650 c.p.».

In conclusione, CGIL Lombardia, insieme alle categorie coinvolte, ribadisce che la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori non può dipendere da provvedimenti d’urgenza. «Servono misure strutturali che associno lo stop obbligatorio delle lavorazioni a rischio all’applicazione rigorosa delle linee di indirizzo nazionali e delle indicazioni dei tavoli tecnici regionali. A fronte di un innalzamento sempre maggiore delle temperature, servono misure sempre più efficaci e capillari».

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